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Agonia e morte d'Amedeo PDF Stampa E-mail

Ospedale di Trabelsego. Reparto del prof. Dragonetti. Il mio compagno di stanza dev’esser molto grave perché hanno messo un paravento accanto al suo letto. Seguo gli ansimanti respiri, i guaiti i gemiti che da tre giorni riempiono la stanza, giorno e notte, i versacci animaleschi, senza nulla d’umano; c’è qualcosa di rabbioso, a tratti, di lamentoso sempre.
Entrano i medici per la visita della sera. Spostano un po’ il paravento, che poi non para nulla. Guaiti soffi gemiti raschi di gola.
Senti male?  dove senti male?

Risponde soltanto un respiro stertoroso, faticato e sofferente nonostante i tubetti per l’ossigeno nel naso, un palloncino che si gonfia davanti alla bocca, i tre tubicini che scendono dai tre serbatoi che gocciano a frequenze diverse, un concerto di gocce, e riempiono il corpo per endovena. Io li guardo sempre quegli sgocciolamenti soft, specie di notte, non ho niente da fare.
Gli organi non lavorano più in coordinato.
Gli organi non rispondono più ai composti chimici.
Pressione frequenza ossigenazione bilirubina acidosi...
Questo stato consiglia la morfina per endovena. Qualcuno mette il barattolo al gancio dell’attaccapanni, anzi attaccabarattoli con le ruote, inserisce il temporizzatore che regola la somministrazione della morfina a 500, qualcuno lo riporta a 20, poi a cinque. I familiari, moglie, figli, aspettano.
Durerà certo tutta la notte. 
I familiari, moglie, figli, stanno lì, guardano. Diventano  estranei al malato, isolato dai tubi, dalla maschera ad ossigeno. Vanno via, lontano dai tubi, dal soffio dell’ossigeno, da quel corpo ignoto; tornano per la notte al paese.
La vita qui è distorta e senza senso. Ho paura di crollare, anche perché, come ho già detto, l’amore per le cose, alte e basse, perde senso. Morire? Ma se qui tutto si riduce a combattere  contro la morte, quasi che il resto non conti nulla... paradosso. Ma allora perché combatti contro la morte?
È stato messo un paravento che un poco lo isola, ma l’isola  sacra della morte è solo  abbozzata; i due figli maschi che lo hanno assistito a turno nelle notti passate, stanotte sono assenti. Non c’è traccia di prete, niente invocazioni da parte dei familiari; l’ho detto, se ne staranno a casa in evidente attesa cronometrica per domani. I medici sono stati abbastanza precisi sul tempo di sopravvivenza, sul tempo  di funzionamento di quella macchina-corpo così difettosa:
domani domani, certo....
e poi domani, pensano confusamente, ritroveremo Amedeo, vivo o morto non sappiamo, stanotte c’è solo  una cosa dietro al paravento.
La presenza premurosa tutti i giorni dei parenti dimostra l’affetto che hanno per questo morente, ma stasera è diverso, siamo alla rottamazione, quasi non c’è già più Amedeo. Amedeo soffre di vita, soffre del passaggio dall’ordine al marasma, alla forma  disorganizzata di materia ed energia. Soltanto a fatica, poi, quegli atomi troveranno una nuova organizzazione. Ci penso spesso, al materiale di nuove vicende post obitum. Io mi farò cremare. Più semplice per le molecole ricominciare il ci-clo? Sorrido su queste illazioni infantili. Continuano i guaiti, i versacci animaleschi, senza nulla d’umano; c’è qualcosa di rabbioso, a tratti, di lamentoso sempre. Il gioco della civiltà che ha tentato di trasformare la morte da fine di tutto (ricordo certe iscrizioni funerarie romane, hic iacet Caius to-tus, qui giace Caio, tutto Caio) in passaggio (trapasso) attraverso rituali sembra dimenticato. Svani-scono il credo religioso della sopravvivenza dell’anima, l’idea romantica della sopravvivenza nel ricordo, che ispirò i sepolcri foscoliani, della sopravvivenza nei meccanismi causali innestati, che in fondo dà energia e fiducia a tanti laici. Poi il prete è prima di tutto il segno che fai parte del noi, del-la società, che non sei solo.
Insomma non c’è nessuno. Ci sono io. Nella stanza accanto, un altro malato urla convulsamente il nome della moglie, in una specie di rantolo che si ripete giorno e notte ed esplode in strida crepitazioni, ordini alla moglie di comparirgli davanti: la moglie che è a casa, al paese, a cento chilometri e là piange.  Spiritato, il compagno di  stanza di quell’urlante vien fuori a chiedere al personale, a tutti di poter riposare almeno due ore. È un infartuato, che lotta per sé; c’è posto all’empatia? L’altro: un oggetto cui s’attaccano fili e apparecchi, che riduce a zero quella poca qualità di vita che il cuore malato ti lascia. Corrono i carrelli. La corsia diventa irrequieta, da un’altra stanza, si urla, per favo-re! Per favore! in siciliano. È una vecchia  operata al cuore. Vuole il latte; quando arriva non la vuole più. Cosa vuole, cosa vuole... commenta l’infermiera, una bella ragazza carica di gioia di  vi-vere, che in fondo è il miglior medico quando le dice amichevolmente ... e buona e mangia! T’ho portato il latte, con una  specie di  rimprovero affettuosamente familiare, insomma partecipativo.

Io e Amedeo. S’attenua il respiro del mio compagno di stanza che ha un palloncino d’ossigeno che pulsa col suo respiro, sempre più fioco. Mi alzo dal mio letto. Ogni tanto lo guardo in volto. Almeno, se apre gli occhi incontra uno sguardo umano, il suo sguardo non cade in terra. Mi ricordo, nella Bibbia, che l’orgoglio di Giobbe veniva dal fatto che il suo sguardo non cadebat in terram. Che non cada in terra l’ultimo sguardo di Amedeo. Muore solo. Provo a recitare il requiem aeternam, dai ricordi di ragazzino. Mi ricordo che papà recitava sempre quella preghiera quando nominava i suoi, i nostri morti. Requiem aeternam dona eis, Domine...  S’attenua il respiro. La testa si inclina sul cuscino, in posizione di riposo, io guardo e dico qualcosa, penso che senta il suono delle parole, che gli facciano compagnia. Il palloncino è mezzo vuoto. Il mio intelletto continua a lavorare sulle paro-le. Amedeo muore, se ne va. Il  viaggio, la morte. L’unica differenza è che nel viaggio c’è la partenza, nella morte c’è la dipartita. Amedeo, Amedeo. Siamo morti insieme? Siamo stati vivi insie-me per un attimo, einmal, quell’attimo che poi è l’eternità.
Michele

 

 
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