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Sicurezza e paura del crimine PDF Stampa E-mail

SICUREZZA E  PAURA DEL CRIMINE
Prof. avv. Michele C. del Re, Univ. di Camerino     
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Spavento e paura del crimine  - Riflessi sociali – l’amplificazione della paura –  Crimini e paura – Un esempio: trasporti e vittimizzazione - Lo schema del nemico - Diffusività della paura – Dalla paura alla preoccupazione – Sicurezza e libertà dalla paura.

 

Spavento e paura del crimine.

A luogo ogni anno un festival intitolato fear of crime in Australia. A quanto pare, la voglia di esorcizzare la paura del crimine è attualissima. Ed è forse un sintomo di reazione al dilagare della paura. Chi sa, forse anche questa è una via per affrontare il problema.

locandina festival     locandina film


Effetto dannoso diretto e/o indiretto, a volte devastante,  della criminalità, è la paura che investe chi, pur non danneggiato direttamente dalla commissione del crimine, si trova limitato nei suoi diritti dal timore di poterlo subire. Oggi, con il terrorismo che non distrugge cose, non uccide persone per uccidere e distruggere, ma per il fine dichiarato di imporre la paura generalizzata, il problema della paura diventa centrale, riproducendosi i meccanismi. Queste note presentano sinteticamente lo stato dell’arte.
È tempo che la paura del crimine sia  oggetto di una attenta e raffinata politica vittimologica, che non si limiti al buon senso empirico  ma intervenga con leggi e provvedimenti amministrativi, tenendo conto dei suggerimenti della psicologia sociale, ricorra agli operatori psicologici e psichiatrici,  anche se non credo proprio che la via sia quella di  patologizzare, psichiatrizzare ogni reazione al crimine, anche terroristico, come si è fatto da taluni osservatori dopo la tragedia delle torri.
Si distingue lo spavento, reazione  all’aggressione in atto e la paura  del crimine come male possibile, futuro ed ipotetico.

 

La reazione psicologica all’aggressione (spavento),
varia tra due posizioni estreme, paura-shock  e rabbia:
l’aggredito che ritiene di poter eliminare la minaccia rendendo inoffensivo l’aggressore, sviluppa una reazione attiva di difesa che può sfociare nella rabbia, incontrollata controaggressione che supera addirittura in violenza la aggressione stessa.
La reazione che comunemente si chiama paura-shock è quella invece di fuga o di sottomissione, quando non si veda possibilità di resistenza alla minaccia. Questa reazione ha molti elementi in comune con la prima, nonostante l’apparenza; in effetti, il soggetto è costretto, sotto il colpo dell’emozione, ad interrompere l’ordinato svolgimento della vita, a reagire immediatamente senza avere il tempo di organizzarsi e di ponderare il da farsi. La vittima in ogni caso  è colpita da una perturbazione delle facoltà intellettuali: si può parlare di un vero e proprio degrado della personalità sotto l’influenza della paura.

Questa paura-shock costituisce il modello della paura-situazione che è invece legata all’immaginazione anticipatoria di situazioni di aggressione; tale paura si fonda su un obiettivo rilevamento del pericolo di aggressioni, ma può essere inferiore al ragionevole (per errate informazioni, per sventatezza) o invece essere moltiplicata da elaborazioni fantastiche immaginando pericoli al di là d’ogni ragionevolezza, sfogando l’ansia in attività pseudo-onirica.


Giocano per la produzione della paura-situazione diversi fattori. Per prendere il caso limite, la paura del buio o della strada buia (che ha fondamento ragionevole, essendo più facile l’aggressione notturna, con meno gente nelle strade e maggior difficoltà di identificare l’aggressore), in realtà trova poi anche una sua radice nell’acutissimo sconforto che probabilmente l’uomo primitivo provava durante la notte, visto che l’homo sapiens fonda la sua conoscenza del mondo esterno più che altro sulla vista, sicché per lui il buio è assai più limitante di quanto sia, ad es., per un felino, adattato alla vita notturna e che non fonda soltanto sulla vista la sua capacità di dominare l’ambiente. Qui due fattori, uno ancestrale, sociobiologico, l’altro situazionale, agiscono in sinergismo, suscitando non di rado angoscia e ansia parossistica.

 

Riflessi sociali.
L’allarme consistente nell’aspettativa d’esser vittima di reato  riduce – al limite sopprime – la libertà costituzionale di locomozione e altre libertà fondamentali del cittadino, e costringe lo spaventato ad assumere speciale cautela nei confronti di certe persone, di certi luoghi, di certi ambienti. I sentimenti di ansietà, di alienazione, di insoddisfazione, l’impegno a ridurre il timore (prendendo tranquillanti, ad esempio; compiendo sforzi e rinunce per evitare di essere vittimizzati e per protegger-si); quindi la paura non soltanto impedisce i liberi movimenti, ma grava di spese lo spaventato che si procura sistemi di sicurezza e d’allarme, cani da guardia, armi, strumenti antirapina,  si munisce di assicurazioni e così via.
Ci si può chiedere perché cause di danno diverse dal delitto siano meno allarmanti del delitto: il traffico automobilistico comporta un rischio per la integrità personale dieci volte maggiore di quello determinato dal delitto, ad es., ma non produce la stessa ansia timorosa: la violenza volontaria è assai più terrificante del danno riportato in un sinistro d’auto. Ciò è legato alla struttura più profon-da del nostro io, che reagisce automaticamente con un senso di frustrazione, di degrado nella gerarchia sociale, quando la nostra persona o le nostre cose (il furto in appartamento è sentito come lesione assai grave anche da chi ha ben poco da sottrarre) sono state, anche per breve tempo, in balia assoluta di altri esseri umani. La rottura delle regole del gioco competitivo accettate dalla maggioranza, rompe l’equilibrio fondamentale aggressività/attrazione che ci lega e ci divide dagli altri, l’ordine della competizione/collaborazione ritualmente svolta, per riportarci alla logica della foresta che sembrava dimenticata insieme con l’ipotetico homo homini lupus.

 

L’amplificazione della paura.
La paura-situazione riflette il pericolo e il danno, ma la sua modulazione segue  le regole dell’emozione fondamentale paura  che corre dal timore, all’angoscia, al terrore, alla paralisi, all’attacco isterico, secondo una scala di intensità e qualità valutabile secondo un complesso modello multifattoriale.
La paura del crimine cresce, naturalmente, con il crescere della percentuale dei fatti criminosi nella società, ma non v’è esatta corrispondenza proporzionale aritmetica, né di progressione geometrica; dicono le statistiche, comunque, che la paura del crimine aumenta più che proporzionalmente all’aumento del numero dei crimini.
La paura del crimine, infatti, è condizionata dalle leggi della psicologia di massa, che modulano il rapporto crimine/paura, in quanto la percezione del crimine proviene in minima parte da esperienza personali, più che altro dai mass media.
La gente ha notizia di crimini per il 91% dai media. I media considerano gli eventi più “intensi, eccitanti, estremi”. L’attenzione ai crimini è sproporzionata alla frequenza per gli omicidi: 50% dei resoconti riguardano omicidi che sono 1% dei crimini rilevati dalle statistiche. L’estensione alla cronaca nera è aumentata del 200% rispetto al 1940. Le descrizioni dei fatti sono sempre più tecnicamente raffinate e spesso sconvolgenti, illustrate e evidenziate. A parte l’effetto scuola del crimine (che qui non trattiamo), a parte la difesa naturale del trasferire mentalmente le notizie in un vago mondo favolistico, lontano che non ci tocca, resta la costante presenza del crimine. Ma direi che basta guardare un telegiornale, per rendersi conto che il sistema di comunicazione opera come amplificatore della paura del crimine.
La rilevanza soggettiva del mezzo televisivo in ispecie, aumenta con l’aumento del tempo che la persona dedica alla TV stessa; così, alcune persone dedite al piccolo schermo, vivono in un modo che ben poco ha a che fare con quello reale, poiché la cadenza degli avvenimenti criminosi è quella artificiale dei thrillers e film d’azione, sicché la paura del crimine può raggiungere un livello pa-rossistico. Si calcola che a 18 anni, il ragazzo abbia già assistito a 100.000 (centomila) delitti fictionali.
Il rischio di divenir vittima varia in funzione del SEUCER (sesso, età, urbanità o ruralità, classe sociale, etnia, religione), ma è in crescita in ogni categoria.

 

  categoria                                      paura relativa+-
S •MASCHIO O FEMMINA                    + femmina
E •GIOVANE, MEDIA ETÀ, ANZIANO    + anziano
U •URBANO O RURALE                       + urbano
C •CLASSE SOCIOECONOMICA          variabile
E •CARATTERISTICHE ETNICHE           + bianchi
R •SCELTE RELIGIOSE                       variabile

 

Negli anziani, la consapevolezza del proprio indebolimento fisico esalta ancora gli effetti del continuo spettacolo di violenza criminosa offerto dai mass media, al quale sono esposti per le molte ore libere. Questo spiega l’influenza dell’età sulla paura; secondo molte statistiche la classe dei 28-37’enni ha una percentuale di paura dimezzata nei confronti della classe dei 58’enni e più.
Un fattore significativo della paura è il sesso: la donna ha più paura dell’uomo, indipendentemente dalla vittimizzazione reale: nelle indagini risulta che la percentuale delle donne che si sente in pericolo, in una determinata situazione ambientale è più che doppia di quella degli uomini, eppure il rischio vita natural durante di cader vittima d’omicidio è da 3 alle 4 volte maggiore per gli uomini che per le donne (USA ed Europa).
Ecco le risposte ponderate da diversi questionari, per uno stesso ambiente:

      l’ambiente è                              è pericoloso,
ragionevolmente sicuro:         molto pericoloso:
         donne  25,7%;                     donne  74,9%.
         uomini 56,7%                      uomini 43,3%

 

Lo scompenso psicologico determinato dalla paura del crimine è forse paradossalmente potenziato dalla informazione e dai consigli forniti alla donna.
Ecco il comportamento richiesto alla donna che si trovi in zone ad alto rischio criminoso: la donna deve, in tali zone, ri-nunziare al suo tradizionale, spontaneo, modo di comportarsi – piuttosto distaccato e indifferente ai fatti che le accadono intorno – per assumere un atteggiamento di cautela e di allerta (che facilmente giunge fino ad un parossismo di vigilanza che rende faticoso ed impegnativo ogni spostamento); si pretende (e la pretesa è fondata e ragionevole) che la donna finga un fiducioso senso di sicurezza, poiché, come è ben noto, ogni manifestazione di paura e di incertezza stimola ad agire il potenziale aggressore. Si arriva a consigliare di assumere un atteggiamento di disgusto, di essere pronte a finge-re, in caso di aggressione, un attacco epilettico, con urla e contorsioni ma badando a non gettarsi a terra, per non invitare alla violenza; si deve nascondere il denaro tra gli indumenti, possibilmente ostentando una “falsa” borsetta, stringendo un fischietto d’allarme tra i denti, sparando gas pungente da una bomboletta che emette rumore assordante. Spesso si chiede che la donna costruisca un sé rituale, fingendo da brava attrice, un accompagnatore che in realtà non esiste.
Forse, a noi europei, molti di questi atteggiamenti suonano meno strani e lesivi di quanto si ritenga negli USA (forse per una lunga tradizione di diffidenza per l’estraneo, inculcata alle nostre donne), ma, certo, la condanna a vivere in continuo allarme può disturbare profondamente il carattere. Si pensi, ancora, al consiglio di dare più strati di smalto alle unghie, per renderle arma più temibile; esso trasforma un piacevole, distensivo, rito estetico in un fatto utilitario, preoccupato e aggressivo che aumenta la sensibilità ansiosa.
E lo sbocco della insistentemente ripetuta irritazione ansiogena può essere la cosiddetta  “malattia del panico” (caratteristica di donne, specie in età fertile) consistente in attacchi immotivati di angoscia attanaglianti la mente e il corpo, che, col ripetersi, rendono invalida la persona, minorandone la capacità di orientarsi per lunghe ore; oppure l’allarme può specificarsi in qualche fobia monosin-tomatica (agorafobia, ad esempio) o in impulsi incontrollati (dal tic nervoso alla cleptomania). Il punto d’arrivo è spesso una logorante concentrazione sul problema che comporta depressione e quindi restringimento degli interessi e della vita sociale, con sintomi spesso aggravati dall’abuso di farmaci tranquillanti. È lontano il mondo in cui dava tranquillità tenere i soldi sotto al materasso...

 

Crimini e paure.
Non tutti i crimini hanno la stessa incidenza sulla paura del crimine: vi sono delitti legati a rapporti umani – per dir così – speciali, che influiscono pochissimo sulla paura del crimine, nella sua dimensione di fenomeno socialmente rilevante. Sembra paradossale ma l’omicidio volontario non viene considerato come uno di quei reati nei confronti dei quali v’è da assumere speciale cautela. Esso infatti, non rientra, per dir così, nell’attività abituale o professionale dei gruppi che scippano e rapinano in strada o irrompono nelle case dei privati cittadini.
Sotto questo profilo, è chiaro che lo scippo e la rapina sono i reati significativi perché spettacolari, perché, perché invasivi dell’equilibrio fisico; anzi la paura del crimine può rilevarsi dal presunto indice di criminalità di scippo e rapina, trascurando gli altri reati.
La ricostruzione puntuale della diffusione di una paura collettiva nella società urbanizzata trova, modello nei rumeurs d’Orleans di Morin che ha studiato il decorso del terrore di rapimento tra le donne di Orleans, quando (molti anni fa) si diffuse l’idea che ben sei negozi di abbigliamento femminile organizzavano la tratta delle bianche. Questa voce resistette a tutti gli argomenti razionali, facendo confluire l’angoscia della tratta delle bianche, quella della prostituzione in generale, l’angoscia per la struttura segreta della città (che viene scoperta d’un tratto nelle sue misteriose profondità) e l’angoscia infine legata a differenze etniche (comunità francese e comunità araba).
Schematizziamo semplificando il rapporto tra entità dei  crimini e paura, suggerendo le risposte, peraltro ovvie:

 

diagramma 
 

Un esempio: trasporti e vittimizzazione.
                                        Trasporti pubblici
Paure specifiche                                                   Risposte
1.timore di aggressioni al patrimonio              Personale e video controllo

(cresce con l’età)

                 
2.timore di aggressioni alla integrità               Spaziosità e illuminazione
sessuale (prevalenza femminile

 

3.timore di atti terroristici (comune                Protezione generale

a tutti) faticoso mantenimento                       Spaziosità e illuminazione
della propria sfera (bolla)             
di individualità per la compresenza   
ravvicinata di più persone. 


4.Consapevolezza acuita della                      Comodità del mezzo (si pensi

inferiorità (per le categorie deboli:                ai sostegni troppo alti)

 vecchi, bambini, inabili)               
– inadeguatezza -  

 

5.sfiducia timorosa nel guidatore                  Comunicazione col driver
(essere in balìa)

 

6.Timore di invasione della                          Umanizzazione dei controlli

privacy per controlli


7.Timore di contagio di malattie                   Spazio e pulizia

 

                                       Trasporti privati


Paure specifiche                                               Risposte
1.ridotta paura per senso di                      Informazione ed educazione

sicurezza eccessivo (sfera di  

protezione metallica)


2.timore dell’isolamento                           Sistemi di allarme, cellulare
(difficoltà di chiedere aiuto)

 

3.aumento della reattività,                       Informazione ed educazione

senso di sfida che può provocare 
reazioni incontrollate

 

Lo schema del nemico.
Paradossalmente non v’è rapporto preciso tra le persone esposte al crimine (quelle che hanno in concreto, tra i diversi gruppi sociali, maggiore probabilità di essere colpite dal crimine) e la paura del crimine stesso.
Questo ha portato molti studiosi a sostenere che la paura del crimine è un aspetto della paura dell’estraneo e dello sconosciuto, in particolare paura dei gruppi che sono etnicamente, culturalmente ed economicamente distinti dal proprio. Quindi la paura del crimine non sarebbe determinata da elementi razionali e realistici, ma consisterebbe in una costruzione a carattere culturale sen-za corrispondenza con la realtà.
Peraltro è innato negli uomini (ed in comune con i primati) lo “schema del nemico”, cioè la tendenza a dividere in amici e nemici, gli sconosciuti che si avvicinano; la presenza dello “schema del nemico” suscita la paura; lo stato d’allerta può scatenare, se si manifesta all’estremo, l’aggressione da parte dello sconosciuto o, invece, l’aggressione difensiva dell’impaurito verso l’innocuo passante.
Lo schema del nemico spiega certe incongruità, quali l’irragionevole affidamento per ciò che conosciamo, ad es., il nostro quartiere, i nostri conoscenti, quasi che si avesse “un dritto morale alla sicurezza” in certe aree considerate “nostre”.
Questo richiamo etologico spiega l’antica ambivalenza del rapporto con l’estraneo rispecchiata nel doppio valore di hospes, ospite e nemico in quanto diverso; spiega anche come, in una società non omogenea, sia difficile dare – e recepire – i giusti segnali per evitare l’aggressione. Un solo esempio: uno sguardo di apprezzamento sessuale può essere segnale di non aggressione in una comunità, e invece primo atteggiamento di violenza in progresso presso altra.
Tuttavia serie indagini mostrano che la conoscenza dell’ambiente e la conseguente capacità di di-stinguere “estranei buoni” e “estranei cattivi”, non diminuisce il tasso di paura del crimine. Ciò segnala la sostanziale differenza tra paura del diverso e paura del crimine.

 

Diffusività della paura. La paura-strumento.
Caratteristica significativa della paura è la sua diffusività; la paura talvolta si fa epidemia e tende alla massima estensione possibile; essa penetra nel corpo sociale nel suo insieme e provoca la vertigine del gruppo o del popolo intero, acquistando – come l’antica fama oraziana – forza col procedere: crescit eundo.
Bande di criminali possono finalizzare criminosamente la paura endemica con l’arma del terrorismo. Il terrorismo è infatti una tecnica per la quale si mira a suscitare la paura nel gruppo sociale fino a provocarne la disgregazione, cioè una inibizione generalizzata delle reazioni attive, in modo tale che si spezzi il legame di fondo della macchina sociale, cioè la comunione emozionale più o meno intesa in ordine a determinare strutture della società stessa.
La rottura del regno del quotidiano per mezzo del terrorismo – come l’Italia ha sperimentato negli “anni di piombo” e oggi esperimentano molti popoli – ci permette di dire che finché la paura resta in proporzioni tollerabili, essa possiede un valore conservativo o moderatamente innovativo delle strutture; essa diventa destrutturante appunto nel caso di terrorismo avanzato.
Il terrorismo avanzato comporta infatti l’angoscia della possibile esclusione dal nuovo gruppo che avanza, quindi una angoscia terrificante di abbandono; il popolo si trova al bivio fra rinforzare le strutture preesistenti o accettare la nuova struttura che qualcuno promette e intravede in fondo al tunnel del terrorismo. Si può dire, a questo proposito, che il terrorismo italiano commise una felix culpa: riuscì sì a suscitare nel Paese lo stato di paura, che in taluni settori giunse all’angoscia del futuro indipendente dal timore di crimini), ma non seppe poi evocare la visione di una possibile nuova solidarietà attorno alla quale raccogliersi, sicché l’effetto fu il rafforzamento delle vecchie solidarietà.
La paura del crimine può essere strumento d’affermazione di organizzazioni criminali. E’ caratteristica dell’associazione mafiosa l’uso strumentale della forza di intimidazione, la creazione di una paura diffusa; l’elemento differenziale della mafia dalle altre associazioni criminose, come scrive esplicitamente l’art. 416 bis c.p. italiano, è appunto la intenzionale e programmatica diffusione della paura per ottenere obbedienza ed omertà che è consenso o acquiescenza in forza della paura.

La forza sociale paura del crimine è un possibile strumento per il potere. Questo è uno schema delle mosse politiche possibili

                                              Paura: forza ambivalente
molta paura del crimine
              •> sottomissione e invocazione al potere.
              •> senso di sfiducia nel potere
poca paura del crimine
              •>  gratitudine, fiducia al potere
              •> senso di indipendenza, di autonomia


E allora il potere politico può volere la paura (tollerando  il crimine allo stato diffuso e suscitando mediaticamente un allarme superiore al pericolo), ma corre il rischio di perdere il consenso, di cui persino il tiranno hitleriano necessita.
Può invece rassicurare (manovra di informazione grigia sul pericolo reale) per ottenere fiducia, ma la gente sarà più autonoma, più indipendente, meno suddita, più cittadina.

 

Contro la paura.
La paura del crimine in una società costituisce il primo segnale di reazione al crimine e quindi è un po’ come il dolore fisico nei confronti delle bruciature; esso è la prima fase della difesa contro la destabilizzazione dell’individuo e la disperazione sociale. Anzi alla base della reazione sociale che si sublima nel giudizio etico di condanna, nel biasimo nei confronti del crimine, vi è indubbiamente la reazione primordiale del timore di essere colpiti dalla aggressione altrui e quella di mantenere il grado sociale (principio di omeostasi sociale).
La paura del crimine, d’altra parte, aumenta anche perché v’è stato un aumento progressivo negli ultimi anni sia nei delitti contro la persona, sia in quelli contro il patrimonio,  dicendoci la statistica  che negli Stati Uniti e nelle grandi città europee c’è una media di un reato all’anno (dal furto a quelli più gravi) per ogni sei cittadini.
Accanto ai metodi di lotta diretti a ridurre il numero di crimini, è importante anche la riduzione (per quanto possibile e senza che questo sminuisca le cautele) dell’allarme determinato dal crimine, pur importante perché guida di giudizio dei fatti criminosi che incide sulla previsione delle sanzioni che dovranno infliggersi al criminale aggressore, come giustifica o attenua quei fatti nei quali chi uccise o ferì viene sentito come vittima. Riverbero della crescente paura, è l’aumento notevole dell’entità delle condanne inflitte dai giudici riflesso della sete di risposta punitiva da parte delle vittime che tende a prendere la strada rozza della vendetta, sicché si devono studiare piuttosto programmi per la migliore protezione dalle aggressioni e dalla paura .
Mezzo di difesa è l’informazione (a parte, ovviamente, la miglior prevenzione dei crimini), puntuale e chiara, non allarmistica, ma concreta. L’informazione ovviamente a nulla vale se non condotta con tecniche psicologiche e, nei casi patologici, anche di massa, sul piano psichiatrico.
L’informazione consiste nell’indicare quali sono le reali zone di pericolo di una città, spiegare quali sono le ore di maggior rischio, quali sono i soggetti più esposti, per sesso, età, professione, e creare, per quanto possibile, zone ben protette a favore dei soggetti ad alto rischio come ad esempio, l’anziano ben vestito la donna sola, il bambino al parco.
L’atteggiamento tradizionale di fiducioso affidamento anche agli estranei, proprio della libera società americana, è cambiato nettamente: nove persone su dieci negli Stati Uniti chiudono a chiave case e automobili; quasi la metà pone segni di identificazione sull’automobile per scoraggiare il furto e si sono formate le cosiddette “pattuglie di vicinato” che proteggono direttamente le case dei pattuglianti e quelle dei vicini.     
L’atteggiamento della polizia (che per lunghi anni ha veduto queste forme di protezione come dilettantesche o in qualche caso pericolosamente incontrollabili) è mutato.
Tali forme di difesa privata attiva certo contribuiscono notevolmente a diminuire il timore di aggressione; esse, peraltro, tendono ad incanalare le forme di aggressività nello stesso senso del crimine, sia pure come controreazione: da questo punto di vista, costituiscono qualcosa di negativo.
Evidentemente l’effetto più grave che può avere la diffusione della paura sta nel fatto che alcuni avvenimenti reali polarizzano l’attenzione, l’affettività e le facoltà intellettuali dei membri della comunità e questi fatti deformati, amplificati ed esagerati, possono da soli ritmare la vita della collettività, dandole uno speciale orientamento.
Invero, paradossalmente, in Italia, è stato sottolineato da esponenti delle forze di polizia, che la paura del crimine è al di sotto del necessario; e questo comporta la mancanza di cautele che sarebbero invece opportune, da parte di privati.
Certo, un atteggiamento di maggiore diffidenza dà maggior sicurezza sociale; tuttavia esso corrode quell’affidamento agli altri che, in definitiva, vale ben più, dal punto di vista della tranquillità psicologica, del dispiego di mezzi di sicurezza allarmanti, com’è, per taluni la video sorveglianza strada-le e la stessa figura del poliziotto in istrada, che, può dare inquietudine, poiché è riprova, anche dell’insidiosa presenza del criminale e suscita così quei timori che l’esibizione di forza vuole dissi-pare.
Insomma, esiste “una compulsione sociale di sicurizzazione”, cioè un bisogno fondamentale di sicurezza che colpisce specialmente le nostre società ipercivilizzate, nella quale i nostri vicini fisici non sono sentiti, specialmente nella grande città, quali compagni, amici, nostro prossimo, ma spesso e volentieri sono “la massa degli sconosciuti”, il muro di carne che nasconde l’insidia.

 

Dalla paura alla preoccupazione.
Nessun fenomeno è presente alla nostra quotidianità come il crimine. Esso s’infiltra nella nostra pacifica vita con il telegiornale animato per il 60% di assassini e vittime, col film d’evasione a sera, a casa, che rimbomba di pistole sempre più grandi, di squartamenti sempre più tetri e feroci, dai controlli sempre più ficcanti e invasivi che necessariamente le forze dell’ordine debbono praticare, col video controllo e i doppi sportelli in banca, e purtroppo con la notizia che nella scuola del nostro gioioso figlio si usa droga e il bullying diventa feroce... E poi il terrorismo, i bambini violati, i genocidi africani.  Subiamo un condizionamento che disumanizza gli altri, tutti pericolosi, massa nemica; disumanizza noi stessi, inadeguati all’inferno, inchiodandoci in una diffidenza costante. nella paura. Eppure questo deve finire.
Ecco, dunque, un appunto per l’intervento sociale e legislativo:
la paura del crimine deve essere il più possibile resa razionale, distaccata dalle paure primordiali e dimensionata il meglio possibile agli effettivi pericoli di un certo gruppo e momento sociale, senza esagerazioni o riduzioni in un modo o nell’altro pericolose (da paura a  preoccupazione).
Essa in questo momento, sotto la pressione amplificatoria dei media che amplifica fattori realmente esistenti (il terrorismo, gli spostamenti di popolazione, la detribalizzazione delle comunità, il crollo, per i giovani, del controllo familiare e gruppale) costituisce un vero disturbo sociale, in ascesa – paurosa, appunto.
Ed è un diritto, come s’è detto, quello ad esser liberi dalla paura: le dichiarazioni internazionali (e per l’Italia l’art. 13, l’art. 3 ed anche l’art. 32 Cost.) tutelano questa libertà che costituisce l’esatto pendant delle garanzie che spettano al reo.
Il sistema penale e di polizia deve ad esso dare attuazione diretta, non considerandolo un mero interesse secondario, tutelato se e in quanto riflesso del rapporto giuridico  punitivo che corre tra lo Stato e il reo, ma dando ad esso l’importanza propria di un momento primario della vita libera e dignitosa che la Costituzione vuole garantita a tutti i consociati. Libertà della paura: la sicurezza e la tranquillità sono beni irrinunciabili che la società deve garantire.
Dunque – ed è conclusione di lavoro – contro questo disturbo endemico, lo psicologo, il sociologo, il giurista devono  lavorare molto per un doppio risultato: perché diminuisca la sconsiderata paura e perché tutti assumano con sufficiente serenità le ormai necessarie cautele contro i rischi reali, sottoprodotto e scoria del nostro meraviglioso ed irrinunciabile progresso tecnico e scientifico.

 

SICUREZZA E LIBERTA’ DALLA PAURA DEL CRIMINE
L’insicurezza psicologica, la paure del crimine è in aumento costante.
Direi che oggi, il terrore del terrorismo, (non è espressione paradossale), può portare Paesi di salda tradizione democratica come l’Italia e gli Stati Uniti ad affidarsi all’intervento dell’uomo sull’uomo, che è violenza, sia pure giustificata e legittima. Esso ferisce la libertà fisica e morale del vittimizzabile che subisce così una seconda vittimizzazione a opera di chi lo deve e lo vuol proteg-gere. Si tratta di microlesioni – non sempre micro - della libertà che devono limitarsi al massimo.
Ai fini della sicurezza si presenta spesso l’alternativa tra interventi attivi di sicurezza e uso di mezzi di sicurezza statica.
Non sempre si tiene presente che la scelta è obbligata per il discorso che abbiamo fatto sul senso di sicurezza, travolto dall’invasione della sfera personale. Si deve ricorrere, anche se più costosi, anche se più laboriosi, ai mezzi di difesa statica, di interposizione tra il pericolo e la possibile vittima di strumenti di protezione, ricorrendo soltanto come estrema ratio all’intervento attivo, sempre invasivo, sempre limitativo della libertà.
Privilegiare l’intervento con mezzi di coercizione fisica sull’uso di mezzi statici di protezione, vuol dire vittimizzare per la seconda volta accrescendo il senso di insicurezza.
È ingenuo, anzi colpevole ritenere che ad essa si debba reagire – se non nei casi di stretta necessità - con ispezioni, controlli, per inquisizioni, interventi insomma di forza invasiva
Paradossalmente, l’uso di tali mezzi contribuisce ad aumentare la paura del crimine, male da combattere attraverso un meccanismo di educazione, di preparazione, e con strumenti meccanici, elet-tronici, che non comportino la violazione, che pure è giustificata in caso di necessità, di quella sfe-ra di autonomia di cui deve godere il cittadino e in particolare le categorie a rischio come gli anziani, i bambini, in talune occasione anche le donne, spesso gli immigrati.
Ci sembra che tutti gli Stati trascurino il fenomeno paura limitativo della libertà, inquietante e frustrante che solo in parte è ridotto da una più accanita persecuzione del crimine.
Sono le nuove frontiere della libertà e della sicurezza: libertà della paura del crimine, come diritto fondamentale cui garantire tutela mediante la sicurezza. Victimology International va raccogliendo dati in proposito, per prospettare le linee d’azione contro questo disagio infelicitante che noi borghesi in fondo subiamo poco per i tanti meccanismi di sicurezza (il quartiere, il modo di vestirsi, l’atteggiamento, le relazioni), che sono presenti nel nostro ambiente.
Diciamo in sintesi che la sicurezza ha due aspetti, uno oggettivo, la bassa probabilità di diventare vittima, l’altro soggettivo (il senso di sicurezza), la tranquillità che il soggetto prova nel proprio ambiente che per l’impaurito in epoca di terrorismo e di microcriminalità diventa un percorso di guerra e di rischio.
Suggerire alle donne di arrotare le unghie perché servano da artigli contro l’aggressore?
All’anziano, un borsello che esplode se aperto senza la chiave?
Al bambino di sonare una sirena se uno sconosciuto è a meno di tre metri?
No. Che tristezza e che paura a mille!
Studiamo i mezzi di tutela dalla paura del crimine.
Garantiamo la libertà del cittadino garantendogli la tutela e lo sviluppo del suo senso di sicurezza, la trasformazione cioè della fear of crime in worring about crime, della paura in razionale preoccupazione nei confronti del pericolo reale, con tutti i sussidi della protezione statica. Eviteremo tra l‘altro le reazioni emotive degli impauriti.

 
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