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 ALLARME PSICHIATRIA: QUANDO L’INCURIA E’ PALESE

(Abbiamo reso anonimo il caso che segue per motivi di riservatezza) 

 

Si estende sempre più l’allarme relativo alla situazione psichiatrica.

Voce alla vittima!ONLUS è impegnata sia perché si arrivi ad una buona legge di modifica del trattamento degli infermi di mente, sia perché allo stato vengano applicate nel modo migliore le terapie e l’assistenza prevista.

Riportiamo questo documento che abbiamo reso anonimo che descrive, da parte di un insigne professionista, il dramma di una congiunta.

È uno di quei casi esemplari nei quali difficile è l’intervento solidale ed empatico, ma voce alla vittima!ONLUS fa di tutto per dar forza a chi subisce queste penose situazioni.

 

Io sottoscritto Dott.*** , nato a *** e residente in *** Medico Chirurgo *** Ortopedia e Traumatologia e specialista in Fisiokinesiterapia Ortopedica, Primario Emerito dell’Ospedale ***.  

 

Il giorno *** 2009 accompagnavo mia figlia *** e suo marito *** presso il Dott. ***, Responsabile f.f. della ***, con il quale avevano un appuntamento per discutere della situazione della loro congiunta ***, sorella del sig.***, al momento ricoverata presso la Comunità Terapeutica Riabilitativa ***. Lì dal *** 2009 praticava un trattamento medicamentoso e riabilitativo perché affetta da disturbo schizofrenico di tipo paranoideo a prevalenza di sintomi negativi.

Tale ricovero era stato disposto dal Dott. ***, ove la paziente risiedeva all’epoca.

Io immediatamente mi qualificavo come medico e padre di ***.I signori *** illustravano il caso della congiunta, una storia di oltre 20 anni, spiegando che aveva dovuto cambiare residenza e che era passata dal *** (notificato alla *** il *** 2009, non appena ottenuto il certificato dal Comune) nel loro stato di famiglia all’indirizzo di Via ***, e quindi attualmente era appartenente al Distretto ***. Contemporaneamente chiedevano il prosieguo del ciclo riabilitativo della signora ***, almeno per altri 6 mesi, con l’obiettivo di permettere alla paziente, come da lei stessa ampiamente condiviso e desiderato, di acquisire maggiore autonomia, capacità relazionali e quant’altro necessario per vivere eventualmente sola con l’assistenza dovuta dal personale sanitario e parasanitario della ***, come da relazione del *** 2009 a firma de: Responsabile Sanitario Dr.ssa *** e della Psicologa Dr.ssa ***. Allegato Comunità *** 

 

Riferisco quanto ho potuto ascoltare direttamente dal Dott.***: 

 

·          Lui non conosceva personalmente la paziente e la sua malattia se non dalla documentazione inviatagli dal Dott.***; rifiutava di rendersi conto delle condizioni della paziente andandola a visitare presso la Comunità, cosa che faceva regolarmente per altri suoi pazienti lì ricoverati; non voleva avallare provvedimenti presi da altri colleghi dei quali metteva in dubbio la giustezza e l’opportunità; rifiutava le richieste dei familiari, anche se ciò a mio avviso, e lo dichiaravo esplicitamente appellandomi alla mia esperienza in materia di Riabilitazione, provocava un’interruzione del processo riabilitativo in atto. 

 

·          Ho obiettato che un’interruzione improvvisa ed alla cieca, senza un suo diretto controllo della situazione attuale del trattamento riabilitativo, certamente avrebbe determinato, come è noto avviene in qualsiasi caso di riabilitazione, non solo la perdita di ogni beneficio fino a quel momento raggiunto ma anche la regressione ad un livello inferiore a quello del punto di partenza. 

 

·          A questo punto il Dott. *** rispondeva che la riabilitazione in campo ortopedico era da considerarsi diversa ed “inferiore” a quella in campo psichiatrico. Considero questa dichiarazione, oltre che offensiva, contraria alla scienza medica che non fa valutazioni quantitative e qualitative fra le diverse branche della medicina. 

 

·          Durante tutto l’incontro il Dott. *** ha rifiutato di avere da noi informazioni sulla paziente e i suoi miglioramenti avuti durante il ricovero in Comunità, in quanto da lui considerata un “fantasma”, ed ha cercato di mantenere la discussione solo su aspetti burocratici relativi al cambio di residenza da lui considerato, erroneamente come poi dai *** dimostrato, pretestuoso. 

 

·          Alla mia richiesta “Qual è allora il suo programma?” mi rispondeva: “Dimissioni della paziente, controllo ambulatoriale sul territorio per 3 mesi e poi eventuali decisioni in merito. Comunque la terrò sicuramente informato delle mie decisioni.”  

 

A questo punto, io prima di allontanarmi, ho espresso al dr. *** il mio disappunto: 

 

1)      Per il suo rifiuto di visitare la paziente prima di  prendere una decisione sanitaria in merito. 

 

2)      Per aver deciso di interrompere ex abrupto un processo terapeutico e riabilitativo dalla sua scrivania, vanificando il progetto iniziato dal suo collega Dott. ***, del quale criticava i provvedimenti medici, e  il lavoro dell’equipe medica della Comunità Terapeutica buttando inoltre al vento tutto quanto era stato speso fino ad allora dalla ***, soldi della Sanità Pubblica. 

 

3)      Per danneggiare una malata così delicata e sensibile ad ogni brusco cambiamento per la sua stessa malattia, condannandola ad uno shock da cambiamento con conseguenze sicuramente negative per l’evoluzione della malattia stessa. 

 

4)      Per aver  messo in discussione, con un così repentino cambiamento dello stato attuale, agli occhi della paziente la credibilità e la fiducia nei suoi medici curanti, elementi che ritengo essenziale nel rapporto medico e paziente per l’efficacia della terapia in qualsiasi forma morbosa, credibilità e fiducia che la paziente aveva raggiunto, nella sua lunga storia di paziente, solo con gli operatori della *** distretto ***. 

 

5)      Per avere spezzato le giuste aspirazioni della paziente a raggiungere una vita autonoma e autogestita. 

 

6)      Per aver fatto venire meno il programma della famiglia che riteneva possibile un miglioramento soprattutto sociale della congiunta, obbligandola a riceverla tra le mura domestiche, all’improvviso, turbando l’equilibrio psichico degli adulti, già precario, e il corretto sviluppo psichico dei minori presenti. 

 

7)      Per aver deciso a tavolino tutto ciò senza alcuna diretta valutazione medica personale alla quale è obbligato ogni sanitario, determinando inoltre un aggravio economico per la Sanità Pubblica dovuto all’eventuale peggioramento di situazioni patologiche preesistenti e/o l’inizio di nuove.  

 

Il mio disappunto ha trovato una concreta conferma nel comportamento del Dott. *** nelle ore immediatamente successive alla scadenza del periodo di ricovero della paziente nella Comunità Terapeutica, il *** 2009.

Infatti il *** 2009 successivo la paziente veniva accompagnata a *** dal personale della Comunità, alla quale era stato comunicato l’ordine di dimissioni già il *** 2009, in sostanza il dott. *** aveva già chiuso la pratica *** il giorno successivo alla data in cui aveva ricevuto la notizia dell’arrivo nel suo territorio.  

 

A questo proposito faccio presente che: 

 

·          La famiglia è venuta a conoscenza delle improrogabili dimissioni predisposte per le prime ore del *** 2009 solo nella tarda serata del giorno precedente, a mezzo fax, dalla Comunità stessa e non dalla ***. 

 

·          La paziente stessa è stata informata solo l’ultimo giorno dagli operatori della Comunità, non offrendole quindi la possibilità di elaborare  e capire la partenza, strappandola invece alle abitudini, ai rapporti con il personale e gli altri degenti, distruggendo un equilibrio faticosamente raggiunto in 6 mesi di degenza. Infatti dopo solo qualche giorno trascorso a *** in casa dei familiari, la sig.ra *** iniziava a manifestare una regressione con aumento dei sintomi negativi relativi alla sua patologia, mettendo in difficoltà i congiunti costretti a fare i turni per non lasciarla sola o sola con i minori presenti, con conseguenti difficoltà in tutte le loro attività. 

 

·          L’arrivo alla *** è stato drammatico in quanto avvenuto in un ambiente completamente impreparato: il Dottore responsabile non era presente e non aveva lasciato disposizioni, il sanitario presente non era a conoscenza delle condizioni mediche sanitarie della paziente e non era stata predisposta alcuna accoglienza per i giorni a venire, in strutture qualificate. I familiari sono stati quindi costretti ad accogliere la paziente in evidente stato di disagio poiché non conscia di quanto stava accadendo, nonostante il Dott. *** fosse stato messo a conoscenza delle difficoltà della famiglia a ricevere in casa la paziente, come da relazione medica. 

 

·          Dal giorno *** 2009 in cui è avvenuto il nostro incontro, ..... , il Dott. *** non ha preso alcun provvedimento lasciando i familiari della paziente in attesa di una sua comunicazione, compresa la nomina di un medico di riferimento che è avvenuta solo dopo una cura. Senza un medico referente non si può elaborare alcun progetto relativo alla paziente: dalle dimissioni sono trascorsi giorni nel nulla più totale, (tranne qualche brevissima visita sporadica di infermieri e medici della ***, ignari della situazione), durante i quali è avvenuto un oggettivo peggioramento della sig.ra ***. Lo stesso dicasi dei familiari che infatti hanno segnalato telefonicamente varie volte alla *** il loro aumentato disagio.  

 

Concludendo:

 

·          Nei confronti della malattia psichiatrica.

·          Nei confronti dell’ammalata in questione e dei suoi familiari.

·          Nei confronti del suo collega *** di cui pubblicamente sconfessava e criticava l’operato e,

      non ultimo, nei confronti della *** che aveva avallato anche economicamente il progetto

      terapeutico di quest’ ultimo, poiché ne ha vanificato i risultati riabilitativi.

 
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