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Atroce diagnosi* PDF Stampa E-mail

Ovvero come fare di un sano un sofferente. Augusta, sorridente, atletica, impegnatissima nei suoi affetti e nel suo lavoro, sorride al suo futuro, al suo compagno, alla sua carriera, ai suoi mille hobby: donna di oggi, combattiva eppure dolce, impegnata eppure sorridente. Un check-in in ospedale di routine, tanto per controllare i parametri vitali, senza paure, soltanto per sapere se qualche male nascosto cova nel suo corpo. Dopo due giorni dalla visita generale all’ospedale, le consegnano con sussiego un foglietto: “Tutto bene, purtroppo ha l’AIDS!”.Augusta sente una mazzata in testa, un pugno allo stomaco, un serpente nel ventre. Si affloscia.In un minuto non è più lei e sarà segnata a vita dalla terribile notizia. Torna a casa facendo forza alle sue gambe che barcollano e là. Persino la mamma e il papà fanno due passi indietro, eppure siamo nel sud, dove è bello abbracciarsi quando vogliamo bene. Cautele nei confronti dell’appestato.Eugenio, il compagno, telefona, Augusta gli dice tutto. Silenzio all’altro capo del telefono, poi qualche mugugno. Poi Eugenio rinuncia l’appuntamento, stasera non viene a prenderla. Eugenio è anche timido, non sa nascondere la paura. Augusta di nuovo sente il serpente nel ventre, il ghiaccio allo stomaco. Il mondo degli affetti, la famiglia, il compagno, sembrano ritrarsi, crollare nella nebbia della disperazione.E intanto ci sono cure, iniezioni, pastiglie, analisi, informazioni. Ma dovrebbe presentarsi al lavoro cui tiene tanto, dove è in carriera, dove ha compiti di responsabilità, dove porta la divisa con orgoglio ma anche con eleganza. Dice per telefono al superiore la sua diagnosi. La diagnosi, commenta il superiore, porta immediatamente alla cancellazione dai ruoli. Poi spiega “Ormai sei un’invalida pericolosa, devi lasciare la caserma, devi lasciare i tuoi compiti”. Di fronte al silenzio all’altro capo del telefono, dove Augusta è diventata un grumo silenzioso di sofferenza e si chiede perché questa condanna, il comandante ricorda di essere un padre. “Chiedimi sei mesi di aspettativa per motivi di salute, sarai pagata per qualche mese.” Insomma, almeno si rinvia la condanna. Iniziano le terapie, poi dopo qualche mese Augusta va a Torino, in un altro ospedale con un centro specializzato e continuano a curarla, mentre i rapporti sociali svaniscono, mentre la sua mentalità diventa quelle dell’inferma, mentre nulla più conta nelle lunghe notti insonni in cui pensa al compagno, alla famiglia, al lavoro. Tutti perduti. Cure, cure, cure. Sono passati otto mesi. Augusta è una larva irriconoscibile. Va ad un terzo ospedale, a Como. Rifanno le analisi. “Signorina, lei non ha l’AIDS e non l’ha mai avuta. Abbiamo fatto tre volte le analisi per sicurezza e le diciamo che sta bene con assoluta certezza.” Augusta resta più stordita che sollevata, non capisce più nulla. Salute, malattia...Finalmente, quando si rende conto del cambiamento nuovo della sua vita, si carica di rabbia, di rancore nei confronti di chi, con la propria leggerezza (ben due importanti ospedali) le hanno trasformato la vita. Ricostruisce a fatica i rapporti della sua vita e nel suo animo resta un tarlo tormentoso, una paura che ha vinto per sempre l’ottimismo del suo temperamento. Non ha l’AIDS ma non è guarita dalla sua malattia di errata diagnosi.

                  

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Con Voce alla Vittima!ONLUS oggi ha ottenuto il riconoscimento dal C.T.U. in giudizio, delle colpe di quegli ospedali, che pagheranno. Ma anche noi di Voce alla Vittima!ONLUS ci rendiamo conto che qualunque somma non potrà ridarle la sua meravigliosa fede nella vita, la sua gioia di stare con gli altri, di godere del mondo.L’aiuteremo ancora a trovare un domani. 

 

     

 

 

*I nomi sono fittizi per ragioni di riservatezza. Gli atti sono presso la sede di Voce alla Vittima!ONLUS. Il procedimento pende presso il Tribunale di ***. Gli atti sono disponibili soltanto col consenso della vittima.

 
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