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La vittima e la sua voce PDF Stampa E-mail
Le nuove prospettive della vittimologia

La vittimologia rappresenta oggi la parte più viva e feconda degli studi penalistici e criminalistici.
La profonda crisi del diritto penale rende necessaria un’impostazione orientata alla vittima, di ogni norma che attenga al torto penale ma anche ai torti di altri settori del diritto.

Una vasta trattazione del tema è compiuta da Michele C. Del Re professore di diritto penale, vittimologo teorico e pratico, noto avvocato,  autore di importanti saggi giuridici e socio-psicologici (Il nuovo codice penale tedesco, Culti emergenti, Satanism, psychiatric and legal vues, Colpevolezza e colpevolizzazione, la paura del crimine, La riparazione del danno, l’equivoco dell’uguaglianza, L’abuso rituale dei minori, etc.).

Del Re ha partecipato alla elaborazione dello schema di Legge pro victima, quale vicepresidente della Commissione governativa. Scambia esperienze ed idee con studiosi di tutto il mondo e di ogni settore dei problemi delle vittime. Opera attivamente nella associazione che ha fondato e presiede, voce alla vittima!ONLUS, patrocinata dalla CRI, sui progetti sanità, legge pro victima, paura, informazione e formazione, e altro.

La vittima e la sua voce (Roma 2009, pag 469, Ed. Univ. Romane) si presenta come un primer of victimology e si snoda in una ampia panoramica della problematica vittimologica.

Premessa la reazione di fronte alla vittima (1), si dà la definizione di vittima come vittima del torto, di vittimologia, scienza e tecnica, sottolineando i valori che la ispirano (2, 3, 4). L’operatore vittimologico non coincide con qualunque persona di buona volontà (5). Nel 6 ci si riferisce alla ricerca operativa, per poi porre il problema del rapporto vittima/vittimizzatore (7), delineando le categorie di vittime (8). Nel 9 si indicano le risposte alla aggressione; segue un programma in campo legale (10). Seguono disamine vittimologiche sui bambini (11), sul controllo della morte (12) sulla sanità (13), sulla vittima minore del processo (14), sulla paura del crimine (15), sulla vittimizzazione in famiglia (16), sulla sessualità (17). Quattro ricerche poi riguardano campi specifici: la libertà di autodeterminazione nei NM (18), la libertà sessuale nei NM (19), il caso dei porn oppressed (20), l’archetipo storico della vittima (21). Infine vi sono alcuni riferimenti a leggi e a fonti informative (22, 23), per richiamare infine Voce alla Vittima! ONLUS coi suoi progetti di studio e operativi (24).

Scrive lo psichiatra prof. Bruno Callieri, in apertura del testo: Non si tratta di un “manuale” ma di una vasta trattazione della complessa e ricca categoria antropologica cui si riferisce il termine “vittima”; parola che nei secoli, anzi nei millenni, ha assunto significati plurimi, coprendo le regioni fenomeniche più diverse.

La vastità convocativa del termine ha consentito il costituirsi di un ricco corpus, nelle diverse culture e nei contesti concettuali più svariati.

Nel sistema giuridico, di cui del Re è primario esponente, le concezioni e le visioni concernenti la vittima sono pluristratificate, tanto da proporsi eo ipso come problematiche, sottoposte a densi relativismi culturali, a pragmatiche e scale valoritarie diverse, allotrope e, a volte, polarmente opposte o addirittura poligamiche.
Michele del Re ha affrontato un terreno non davvero pianeggiante e uniforme, ma scosceso e dirupato, pieno di ostacoli e trappole, di emergenze carsiche e di crepe profonde; lo ha percorso con la pienezza dell’esperto camminatore, a ritmo di marcia cadenzato e sicuro, vigile e accorto.

L’identificazione della vittima (pag. 17), inestricabilmente connessa con la lesione dei suoi diritti, viene in fine riportata, con sensibilità pari al sapere, all’esemplarità di Giobbe, alla ricchezza paradigmatica della sua figura.
Certe pagine di questo del Re, a me ben noto eppur ogni volta sorprendente, sollecitano lo psicopatologo a cogliere le sottili ambiguità dell’esser-vittima, non ancora pienamente calata masochisticamente nel suo sofferto ruolo ma pur disponibile (senza piena consapevolezza) a farsi “mutilare”, subendo una specie di “coazione al consenso”: acutissima la pagina 29.

A volte mi chiedevo se la cosiddetta vittimologia fosse una scienza (applicata) oppure un sapere tecnologico; ora mi accorgo con ogni evidenza che il termine non sfugge all’ambito criminologico nella sua teoresi e nella sua prassi, e che sovente può esser concettualmente inquinato e mal nutrito dal vittimismo (sovente nevrotico o abbandonico o anche ricattatorio).

L’accostarsi alla vittimologia, comunque, è certamente atto psicologico e/o criminologico ma qui appare compiutamente nel suo aspetto giuridico.

La riparazione, la modulazione della pena, il risarcimento, l’indennizzo: penso alle sempre più numerose “vittime” che reclamano in silenzio o ad alta voce che occultati comportamenti di mobbing o di stalking vengano riconosciuti e adeguatamente trattati.

A riflettere bene su queste dense e incalzanti prospettive, viene fatto anche di domandarsi se e quanto la vittima possa delinearsi come costruzione sociale, legata sia alla diversità che alla devianza; con tutte le problematiche che qui un discorso normativo viene a comportare (penso a W.T. Taylor), con la maxime vitanda discriminazione del diverso, navigando a vista fra pseudo-recuperi e resistenze, fra medicina repressiva e opachi abusi.

La dialettica tra offensore e vittima, non sempre ben individuabile, viene affrontata e sviscerata in capitoli psicosociologici  che si susseguono a ritmo serrato e che non possono non coinvolgere ogni lettore, anche il più freddo e accigliato.

In realtà oggi, qui, il discorso non evoca solo le migliaia di vittime dei terremoti, dei tifoni, delle incursioni aeree, dei kamikaze, le innumeri anonime vittime della montagna, della strada, del lavoro, del dovere, della Shoah.
Si profilano – e forse soprattutto ci inquietano – le “vittime silenziose, i bambini”, come dice l’autore in un suo contributo molto significativo e sofferto.

Analizzare i vari aspetti, umani e giuridici, psicologici e criminologici, palesi e nascosti di questa vittimizzazione è un compito davvero non facile. Ma in questo ricco volume di Michele del Re vengono affrontati toto pectore il mal-uso fisico e i maltrattamenti psicologici, l’abuso sessuale con le sue plurime conseguenze psicopatologiche e psicosociali, le negligenze circa la salute e il comportamento, l’abbandono e la correlata deprivazione affettiva (con pesante valenza psicopatogena). Qui, a mio parere, è necessario confrontarsi anche con quelle vaste aree indistinte, semioscure, ambigue, in cui la discriminazione è difficile e in cui il limite è del tutto soggettivo o ampiamente sottoposto ai condizionamenti culturali ed etico-sociali.

Le pagine dedicate alla pedofilia, all’abuso degli psicofarmaci e alle loro implicazioni economiche meritano molta attenzione perchè vanno a toccare inquietanti modalità comportamentali, che purtroppo tendono a diffondersi sempre più finendo per entrare quasi di contrabbando nell’infido terreno della paranormalità.

Altro inquietante capitolo che l’Autore tratta con completezza e piena validità critica, non esitando a mostrarne le pliche più tortuose, è quello dedicato alla “dolente sanità”, agli abusivismi (oggi sempre più insidiosamente infiltratisi nella nostra vita quotidiana, anzi giornaliera), alla trascuratezza più deludente. Ovviamente anche qui va tenuto conto dell’esigenza di interpretare le norme del nostro Paese in conformità col diritto comunitario, con livelli di tutela adeguati ai presupposti comunitari.

Un altro punto-cardine, di timbro schiettamente psicologico, è costituito dalla complessa questione del rapporto fra crimine e paura. Le pagine dedicate a questo problema sono molto coinvolgenti, come pure lo sono (e forse di più) quelle che trattano delle devianze endofamiliari, dell’alto tasso di vittimizzazione nell’ambito dell’eros e della sessualità, della libertà e delle molestie, degli approcci che vittimizzano, della pornografia. Il capitolo 17 della parte seconda va non solo letto attentamente ma meditato e ben metabolizzato, da ognuno di noi, come dovrebbe essere anche per l’attualissimo capitolo 12, sul diritto alla vita e diritto alla morte: tredici pagine dense e sofferte in cui spicca la competenza professionale, la densa umanità e l’acuta penetranza intellettuale del prof. avv. Michele C. del Re.

Ma “la voce della vittima”? Qui l’impegno di del Re mi si ripropone nella sua piena valenza di studioso e di uomo: ecco Giobbe e il suo mobbing, cui accennavo sopra.

Le prospettive religiose, dai sufi al taoismo, dal buddismo zen all’ascetismo cristiano, confluiscono in una convincente attentissima e suasiva sintesi che si sostanzia nella figura di Giobbe e del suo processo.

Forse è proprio qui il capolavoro di Michele, artistico e letterario, giuridico e filosofico, in cui si condensa tutta la problematica di questo grande libro: perchè Dio permette  la persecuzione dell’innocente? perchè permette che il giusto soffra? perchè ha permesso lo shoah?

Qui le risposte di Martin Buber e di Carl Gustav Jung, di Gianfranco Ravasi e di Josef Roth riecheggiano a lungo nel nostro animo di neonati del III millennio. La profonda sensibilità e ricchezza di humanitas di Michele del Re ne hanno colto la tragicità, la portata destinale, le ombre sataniche, la speranza nella salvezza.

Come non ringraziarti, Michele, per questo tuo prezioso dono sapienziale?

*** ***

Franco Ferrarotti nella prefazione al volume scrive: all’inizio del Terzo Millennio la violenza dilaga. Come un’infezione aspecifica e capricciosa, emerge e si diffonde a pelle di leopardo, in tutti i continenti, sotto qualsiasi regime politico. I classici della sociologia, primo fra tutti Herbert Spencer, con la grande transizione dalla società militare, o feudale, alla società industriale, razionalmente organizzata, ne prevedevano la fine. Oggi constatiamo che avevano torto. Ma è difficile abituarsi all’idea che un fenomeno sociale tocchi il suo punto di sviluppo più alto nello stesso momento in cui dovrebbe riuscire utile.

Le società tecnicamente progredite trovano in effetti la condizione del loro ordinato progresso nel movimento graduale, razionalmente progettato, estraneo a rotture clamorose o ad attese millenaristiche. E tuttavia l’analisi fredda della realtà sociale odierna ci conferma che il virus della violenza e della virulenza, sul piano micro-sociale dei rapporti inter-personali come su quello macro-sociale delle relazioni tra Stati e le istituzioni, continua a proliferare, esiste, resiste e si diffonde. Sta di fatto e occorre umilmente riconoscere – un riconoscimento non facile per società che si presumono fondate sul calcolo razionale e sulla conoscenza scientifica – che la deriva irrazionalistica guadagna terreno. In forme subdole, talvolta indirette e non agevolmente perseguibili codice alla mano, ma pur sempre dolorose per le vittime, la violenza è più che mai diffusa. Il progresso tecnico non garantisce nulla dal punto di vista etico. Comportamenti legati a un certo grado di imbarbarimento interiore si scatenano al di là delle previsioni più pessimistiche. L’idea di prossimo si offusca. L’altro diventa oggetto e occasione di puro sfruttamento in una società apparentemente priva ormai di pietas, ridotta a società di “usa e getta”.

I criminali, in questa situazione, fanno notizia. Non le loro vittime. Delle vittime si tace; difficile stabilire se per vergogna o per un oscuro senso di colpa. Mentre i mezzi di comunicazione di massa, sia pure con le migliori intenzioni, rischiano di fare, dei criminali, i nuovi divi in un’epoca in cui la differenza fra essere e apparire è sempre meno palpabile, alla vittime si addice un pietoso o semplicemente un distratto silenzio. Su di esse cala presto un velo di pudico riserbo.  In una società tecnicamente progredita, percorsa e, anzi, imperniata sulla tensione competitiva, la vittima non è solo perdente. Rischia di apparire ridicola. È una persona che non ce l’ha fatta, che non ha saputo o potuto resistere all’aggressore, che è stata imprudente e ha forse avuto quello che meritava; che ad ogni buon conto ha avuto la peggio. È una persona “percossa da Dio”. La legge scritta non sempre aiuta. Per limitarci a un esempio paradigmatico, nei processi per stupro la vittima è di fatto costretta a rivivere il suo dramma, compresi gli aspetti più lesivi dell’intimità.
ԄԄԄ
Da questo punto di vista, il lavoro di Michele  Del Re, che intende integrare secondo i principi sistemici il materiale proveniente da scienze eterogenee, logicamente argomentato e ben documentato  nelle pagine che seguono, è un robusto richiamo alla giustizia sostanziale.

 Nello stesso tempo, lancia un segnale significativo e ben ragionato per un’inversione di tendenza. Se è vero, com’ebbe a dire Hegel, il grande capomastro svevo, secondo la definizione di Ernst Cassirer, infaticabile e rigoroso costruttore di sistemi filosofici, che “il criminale ha diritto alla sua pena”, ossia al pagamento del prezzo per il suo rientro nel consorzio civile, è almeno altrettanto vero che la vittima ha diritto alla visibilità, a raccontare il suo dramma in prima persona, a vedersi pienamente riconosciuta dall’opinione pubblica e da quei mezzi di comunicazione che oggi la condizionano. Il silenzio delle vittime è diventato assordante. Non più tollerabile. Da notare che qui non è in gioco sola la carità o la pietas riservata agli sconfitti. Il dolore delle vittime è una ferita aperta che continua a buttar sangue e investe tutta la società, al di là degli interventi giuridici specifici. Chiama in causa il costume, e quindi non solo le leggi vigenti, bensì lo “spirito” delle leggi. Esiste una socialità del dolore per cui i problemi dell’individuo non si esauriscono mai in una questione puramente individuale. Vale ancora l’antica massima: “non domandare per chi suona la campana”. Suona per te, per me, per tutti.

L’argomento certamente interessa tutti gli operatori della giustizia, dal più modesto esecutore all’alto magistrato. Il libro apre tutte le prospettive sul ruolo che assume la vittima sul processo penale, nelle risposte alternative alla pena, riconoscendo un rapporto triangolare autorità- offensore- vittima che va sostituendo il rapporto punitivo Stato- offensore che lasciava in ombra la posizione della vittima.

Una prospettiva importante è quella relativa a una disciplina in materia sessuale e di genere che mira a sottolineare l’importanza di una valutazione non radicalizzata dalla libertà, parlando dei porn oppressed, delle forme nuove di unione temporanea o permanente, analizzando a fondo il problema dei soggetti deboli e delle norme penali che li tutelano.
Il tormentato tema del diritto alla vita, del diritto alla morte, si delinea in tutta la sua drammaticità.
In conclusione.

Posso dire che “La vittima e la sua voce” permette di ripensare al sistema giuridico in modo nuovo, ad un diritto penale che ponga al centro della vicende umane chi ha sofferto o a rischio di soffrire un’oppressione sulla mente, sul corpo, nei suoi beni.

                            Giovanni Pioletti

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