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Voce alla vittima! sull'Osservatore Romano PDF Stampa E-mail

 

 

(©L'Osservatore Romano - 15 febbraio 2009)

 

Testimonianze e progetti dell'associazione "Voce alla vittima!"

La giustizia che sa fermarsi ai margini della strada


 

di Raffaele Alessandrini

Immaginiamo l'introduzione di una scatola nera nelle sale operatorie analoga a quella degli aerei. Un congegno di registrazione da custodire gelosamente e da aprire solo in caso di situazioni sospette di danno, previo provvedimento della magistratura. Che pensarne? Non sarebbe uno strumento a favore del paziente, ed, eventualmente, anche una garanzia per il chirurgo e la sua équipe?
Oppure che dire di rendere disponibile al paziente durante la degenza ospedaliera e, integralmente, al momento della dimissione, documenti e cartella clinica senza fargli aspettare i trenta giorni oggi in media vigenti?


Che pensare, infine, di rendere esenti da contributi fiscali le cause per il risarcimento di danni sanitari, come per le cause di lavoro? Non è assurdo che una vittima, già colpita da un danno grave, debba pagare in sovrappiù fino a milleduecento euro per l'iscrizione a ruolo - cioè debba aggiungere l'esborso di uno stipendio medio alla sofferenza patita?
Queste e altre idee - che di per sé, oltre alla volontà politica, comportano spese irrilevanti - fanno parte di una serie di progetti dell'associazione non lucrativa di utilità sociale "Voce alla vittima!" di Roma, patrocinata dalla Croce rossa italiana e presieduta da Michele Del Re, avvocato e docente presso l'università di Camerino.
L'organismo, attivo ormai da qualche anno, si pone come finalità la tutela della persona vittima di un torto, rendendola consapevole dei suoi diritti nei confronti dell'aggressore e dello stato; e di operare affinché la vittima possa ottenere il dovuto "ristoro". Concetto quest'ultimo molto più ampio e articolato del semplice risarcimento.


"Voce alla vittima!" si propone in particolare di tutelare - offrendo anche consulenze legali gratuite - le categorie più esposte quali bambini, adolescenti, anziani, donne curando in modo particolare l'ipotesi della cosiddetta vittimizzazione nascosta - vittimizzazione familiare, prepotenze, abusi e atteggiamenti persecutori negli ambienti di lavoro, di aggregazione, o all'interno delle scuole - il cosiddetto mobbing - vittime di negligenze sanitarie, vittime dell'hooliganismo - o bullismo che dir si voglia - vittime di molestie - o stalking.


"Non bisogna però confondere la prospettiva vittimologica con il vittimismo". Su questo il professor Del Re, ormai da anni specialista riconosciuto della materia, e autore di diverse pubblicazioni, è chiarissimo.
Il vittimismo è spettacolarizzazione:  non ha a cuore la persona in quanto tale. Lo riscontriamo anche nelle cronache di questi giorni costellate da una serie terrificante di episodi di violenza e di crudeltà - osserva Del Re. E nella cassa di risonanza mediatica risalta, una volta di più, l 'incidenza diseducativa dei messaggi predominanti, soprattutto nelle televisioni. "La nostra generazione ha responsabilità gravissime" sia in fatto di comportamenti e di cattivi esempi, sia di omissioni e di permissivismo.


Ma chi è dunque la vittima oggi? "La vittima è l'essere umano colpito da un torto anche se di tipo civile. Quindi è sulla persona che la legge deve privilegiare la propria attenzione non ponendosi puramente come arbitro tra vittima e offensore, né privilegiando sempre e soltanto la prospettiva repressiva. L'intero codice delle leggi andrebbe reinterpretato in chiave vittimologica. La vittima deve, quantomeno, diventare parte essenziale e attiva del processo penale:  si deve riconoscere la natura pubblica, e non soltanto privata, dei suoi diritti. La vittimologia - sottolinea Del Re - idealmente è riaffermazione e strumento della fraternità e della solidarietà tra gli uomini - della charitas - ed è manifestazione e espressione dei principi della Costituzione (articoli 2 e 3) che, in Italia sanciscono con legge vincolante per il legislatore ordinario i diritti dell'uomo, anche alla luce dal nucleo individuabile nella Risoluzione 40/34 del 29 novembre 1985 dell'assemblea generale dell'Onu riguardo alla vittima danneggiata da fatti penalmente rilevanti e prevede:  il diritto a essere trattati con rispetto e considerazione; il diritto a essere affidati a servizi di sostegno adeguati; il diritto di ricevere informazioni in merito ai progressi compiuti sul caso; il diritto a essere presenti, a esprimere il proprio parere nell'assunzione di decisioni; il diritto di avvalersi di una consulenza legale; il diritto di ricevere un risarcimento sia da parte di chi ha commesso il reato, sia da parte dello Stato.


L'orizzonte lungo il quale "Voce alla vittima!" ha preso forma e si muove è quindi amplissimo. In un volume in uscita La vittima e la sua voce, Michele Del Re richiamerà gli ideali e la problematica della vittimologia portati avanti dall'associazione. E già in diverse circostanze come momenti di riflessione e convegni di studio, anche negli ultimi mesi, vanno ricordate iniziative riguardanti il tema della solidarietà come al convegno dei cappellani militari d'Italia dello scorso novembre 2008 organizzato e diretto da monsignor Gabriele Comani, cappellano capo della Croce rossa italiana e vice presidente dell'associazione "Voce alla vittima!". In dicembre sono da ricordare una serie d'interventi riguardanti l'ausilio alle vittime della tortura, la riforma della legge per gli infermi di mente; la distruttività umana; i problemi vittimologici dell'adolescenza e della vecchiaia. Tra i vari progetti in corso miranti come si vede all'aiuto pratico e concreto, allo studio e alla prevenzione, last but not least va ricordato quello che Del Re chiama "Paura del crimine". Alla luce dei dati di un'indagine risalente al luglio del 2008 ed effettuata in dieci metropoli del mondo - testando soggetti di un età compresa tra i 15 e il 75 anni - il 90 per cento degli interrogati afferma di avere almeno qualche piccola ansia quotidiana; il 42,4 per cento avverte con maggiore intensità una o più forme di ansia; l'11,9 per cento sembra sopraffatto dalla paura e il 24 per cento avverte una costante situazione d'incertezza.


La sensazione di paura e d'incertezza aumenta con la diminuzione del livello di benessere della famiglia:  dall'8 per cento di chi vive in una famiglia benestante al 22,5 per cento di chi proviene da situazioni di povertà. I più fragili sono gli anziani e il crescere dell'età risulta direttamente proporzionale all'aumento della paura e dell'incertezza. Alcune voci specifiche sono state raccolte quali espressioni esemplari di un contesto sociale che pare fatto su misura per produrre vittime. Dice Ashis Nandy (Center for the Study of Developing Societies, India):  "Il progresso è stato definito come il passaggio dall'età della paura a quella dell'ansia. Ma anche negli interstizi della preoccupazione che caratterizza la nostra epoca sono presenti delle paure che possono considerarsi primitive:  la paura delle conseguenze delle nuove scoperte scientifiche, delle armi biologiche, dell'annientamento, dei totalitarismi, del dissenso che ha reso centrali le questioni della censura e la sorveglianza in molti Paesi occidentali. Di fronte a noi si è aperta ora una nuova epoca:  quella del terrore che ha avuto inizio con l'11 settembre(...) Sono angosciato dal fatto che non venga data la giusta importanza a queste forze che possono impattare sul potenziale di violenza di un popolo".
Le paure possono essere della più varia natura:  da quelle più istintive e primordiali - quali la perdita di persone care, il sopraggiungere di incidenti o malattie invalidanti, la violenza - a quelle d'ordine sociale legate alla posizione al tenore di vita o al patrimonio, fino alle paure collettive di catastrofi, possibili epidemie o terrorismo.
Il discorso sulle vittime del resto ha una valenza universale. Poiché tutti possiamo - e potremmo anche senza precisa volontà o predeterminata intenzione - essere potenzialmente vittime o offensori. In un'ottica confessionale che tenga in considerazione la dimensione del peccato, personale e sociale, nonché la realtà inquietante, più volte messa in luce dal magistero pontificio, delle "strutture di peccato" (cfr. Sollicitudo rei socialis, 36 e 37), è evidente come la paura vada combattuta sia con tutti gli argomenti e le risorse interiori proprie dell'universo personale, sia con risposte pratiche di cui l'associazione "Voce alla vittima!" nel suo piccolo intende farsi carico suggerendo anche un percorso e una filosofia da seguire.


Indicativa in tal senso, ad esempio, è la testimonianza di Esther Mujawayo, psicoterapeuta del Ruanda che, testimone delle orribili stragi del 1994, così racconta la nascita dell'associazione Avega delle vedove del genocidio:  "L'unica speranza di salvezza era continuare a credere nella propria intelligenza, nella propria anima. Fino a quando esistevano queste, c'era speranza di sopravvivere. Dopo il genocidio vivevamo tutti in un vuoto esistenziale. Da mogli eravamo diventate vittime, da figli orfani, da madri di nuovo donne senza nessuno. A quel punto ciò che terrorizzava era esistere senza memoria del passato, nell'assenza di valori, ed era lì che il dramma s'insediava. Ho trasformato la mia tragedia in un'esperienza guida, in qualcosa che avrebbe permesso ad altri o che avevano vissuto lo stesso dramma di ricostruire quanto era accaduto, di rielaborarlo riscoprendo parte di una comunità (...) Fino a quando non c'è sicurezza - conclude la psicoterapeuta ruandese - non può essere eliminata la paura. Se a un rifugiato si nega il permesso di restare in un Paese non si permette a quella persona una nuova rinascita".


La paura e l'insicurezza possono ridurre la vittima all'annichilimento psicologico; e d'altro canto possono indurla anche a soluzioni disperate ove l'istinto di autodifesa e di conservazione può dare luogo a comportamenti aggressivi e antisociali.

 
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